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#2016ELECTION. MY TWO CENTS

Commento alle Elezioni americane  di Christian Di Fiore

Non ci sono ancora i numeri ufficiali, in molti stati ancora stanno contando i voti, figuriamoci analisi precise dei dati. Ma, come prevedibile, abbondano già analisi raffinatissime. E, come prevedibilissimo, in Italia vengono fatte a uso e consumo della propria narrazione domestica, tracciando parallelismi improbabili e ignorando totalmente le specificità americane (e ovviamente non possono mancare quelli che non vedevano l’ora di dire che quell’altro candidato che piaceva a loro avrebbe sicuramente vinto…). E allora, se proprio vogliamo trarre qualche conclusione con gli elementi che abbiamo fin qui – pronti ad essere smentiti da dati più precisi – un paio di cose si possono sicuramente notare. Innanzitutto pare che i due blocchi elettorali abbiano tenuto: non c’è stato alcun travaso tra gli elettorati democratici e quelli repubblicani. La differenza come sempre l’hanno fatto gli elettori “centrali”, gli indipendenti, e la diversa mobilitazione delle due basi. Poi è stata smentita la teoria della rivolta delle classi povere contro le élite. Per quanto sia innegabilmente una delle dinamiche centrali in tutto l’occidente (e innegabilmente abbia giocato un ruolo importante durante le primarie specialmente come rivolta contro l’establishment politico), pare che in questo caso non si sia tradotta in comportamenti elettorali sufficienti a determinare le elezioni. I “poveri”, le classi a reddito basso o senza reddito, si sono divisi tra astensione, Trump e Clinton in maniera non difforme da quanto avessero fatto con Obama- McCain e Obama–Romney: Clinton ha prevalso nettamente tra coloro che guadagnano meno do 50mila dollari l’anno e Trump tra questi non è andato meglio dei sui predecessori repubblicani, né numericamente, né percentualmente.

Pare invece che si sia verificata un’altra rivolta, o per meglio dire una mobilitazione, e -come molti osservatori americani cominciano ad evidenziare– ha avuto un carattere essenzialmente identitario con tratti anche raziali. Principalmente maschi bianchi, classe media di lavoratori con reddito medio o medio-alto, cristiani, abitanti delle are rurali o sub-urbane, percentualmente più rilevanti negli stati del midwest: la working class bianca, che si sente espressione dell’autentica identità americana, ha voluto “riprendersi” l’America. Riprendersela dalla crescente influenza di minoranze raziali, coccolate e oltremodo favorite da discriminazioni positive ritenute eccessive e penalizzanti per i bianchi, minoranze che sfruttano – a loro avviso - in maniera assistenzialista l’espansione del welfare, il cui costo è ricaduto sulle loro tasche senza corrisponderne alcun beneficio (basta citare l’insofferenza verso l’Obamacare che per la suddetta working class ha comportato esclusivamente un importante aumento dei premi assicurativi senza alcuna aumento delle tutele). Riprendersela dalla dittatura del politically correct che difende tutto e tutti tranne la loro identità: vogliono, ad esempio, poter pensare e dire che la polizia puo’ e deve usare una maggiore attenzione nei confronti di afroamericani e mussulmani senza essere considerati razzisti. Riprendersela da una deriva valoriale: ad esempio non pensano affatto che allargare i “diritti civili” LGBT, dal matrimonio fino all’adozione, voglia dire – come spesso ripeteva Obama – “piegare l’arco della storia verso la giustizia”. Riprendersela anche- è inutile negarlo- da un presidente nero (e da un partito che lo venera come una star).

Sembra paradossale a noi che guardiamo il mondo con le lenti di europei (magari di sinistra), ma questa classe media americana ferita dalla crisi ha chiesto non più welfare, ma meno welfare. E’ orgogliosa di pagare il college ai propri figli col frutto del proprio duro lavoro e chiede che tutti si impegnino a lavorare duro per fare altrettanto, anziché chiedere alla collettività di pagare per loro. Non accettano di veder aumentare il costo delle proprie assicurazioni per pagare l’assistenza sanitaria a quelli che “anziché rimboccarsi le maniche preferiscono mettersi in coda per ricevere l’assistenza gratuita”. Sono persone alle quali delle battaglie “contro wall street” che hanno costruito la fama di Elizabeth Warren e Bernie Sanders (e che esaltano i liberal democratici e qualche decina di migliaia di studenti universitari che “sognano l’Europa”) non frega un accidenti. [Detto per inciso, per quelli che “Sanders avrebbe vinto sicuramente”, questa fascia d’elettorato che ha fatto la differenza se non ha votato Clinton perché troppo in continuità con Obama, un paladino del “tassa e spendi” che si autodefinisce “socialista”, che promette “college e sanità gratis per tutti” e di trasformare l’America in una specie di Europa, l’avrebbero scansato come la peste…].

“Build the wall” è il coro che ha accompagnato Trump per tutta la campagna elettorale. E i suoi supporter non si riferiscono solo alla ridicola proposta di una barriera fisica tra Messico e Stati Uniti. E’ una richiesta di protezione dal pericolo, o per meglio dire dalla concorrenza (sleale), che arriva dal basso (minoranze e immigrati sempre più competitivi nella scalata sociale) e da fuori (le merci e la manodopera a basso costo). Una difesa, non tanto dal “potere dei mercati e delle banche”, quanto da una deriva multietnica, multiculturale, globalista, mondialista e anche da un certo relativismo culturale. Dall’Europa coi suoi valori; dall’Asia colle sue merci a basso costo; dal mondo islamico con la sue minacce. Da certi sobborghi con gli immigrati di seconda e terza generazione, latinos e afroamericani sempre più ambiziosi. Un muro che ritracci confini, non tanto geografici, quanti sociali, economici e culturali. Che ristabilisca ruoli, posizioni e convenzioni sociali. Che rimetta tutti al proprio posto. Che (ri)dia sicurezza.

Questi americani che avevano in parte abbandonato i repubblicani 2008 - addebitando a Bush le colpe di una terribile crisi finanziaria di una scellerata guerra in Iraq che avevano significato per loro perdita di lavoro e reddito, più insicurezza e migliaia di figli al cimitero militare o segnati per sempre- erano stati numericamente travolti dalla coalizione donne-giovani-minoranze che ha sostenuto Obama. E in questi anni hanno cominciato a sentirsi, sempre di più, “stranieri in casa propria”. Trump ha coltivato questo loro sentirsi in qualche modo “minoranza”. E questi, fin dalle primarie, come una minoranza si sono comportati: hanno votato in maniera compatta e radicale. Solo che sono la maggioranza. The Donald è stato la loro rivincita. In qualche caso la loro vendetta. Grazie a questa mobilitazione compatta Trump ha compensato la perdita di un pezzo di elettorato storico repubblicano soprattutto nei grandi centri. E’ stato uno scambio numericamente a somma zero, ma vantaggioso per il collegio elettorale: lo ha svantaggiato in stati comunque non contendibili e avvantaggiato negli swing state del midwest. Clinton da parte sua è stata prevedibilmente massacrata in questa fascia di elettorato (più di quanto fosse successo ad Obama contro l’aristocratico e politically corect Romney). Ha fatto, come auspicato, quasi il pieno nella base liberal, specialmente nei grandi centri. E ha provato ad aggrapparsi alla suddetta “coalizione Obama” donne-giovani-minoranze (enfatizzando il messaggio “più forti nella diversità, con lo slogan “Stronger together “, facendo fare campagna elettorale più a Barack e Michelle Obama che a Hillary stessa, mandando in giro il vice Kaine a fare comizi in spagnolo) senza però riuscire a mobilitarla completamente. In particolare, paradossalmente visto l’avversario, pare le siano mancati parecchi voti delle minoranze ispaniche e afroamericane (un elettorato- detto sempre per inciso- in cui Clinton era comunque nettamente più forte di Sanders e che le ha consegnato la vittoria alle primarie), minoranze a cui la presidenza Obama a dato sì tanto, ma non abbastanza da non deludere aspettative enormi, probabilmente eccessive. Ancora più in particolare le sono mancati i voti dei giovani afroamericani, che nella politica non credono e non hanno mai creduto, ma che avevano creduto alla “rockstar” Obama e al suo messaggio “hope and dream”. Insomma ,dopo la batosta, il Partito Democratico americano sembrerebbe davanti ad un bivio: continuare a coltivare di più e meglio il rapporto privilegiato con le minoranze (in continua espansione demografica) rischiando però di alienarsi per sempre la classe media bianca o viceversa provare a riallacciare un rapporto con l’America profonda. Probabilmente però la soluzione verrà da un’eventuale nuova leadership che sia in grado di tagliare questo nodo gordiano creando una nuova vasta coalizione tenuta insieme da nuove e trasversali speranze, più in sintonia con l’oggi. Cioè dalla forte capacità “evolutiva” dei grandi partiti americani alla quale noi europei dovremmo guardare, se non con ammirazione, quantomeno con rispetto.
p.s. Comunque prima di dare giudizi eccessivamente apocalittici sull’esito delle elezioni bisogna fare la tara considerando un paio di elementi. Il primo è l’inerzia elettorale che spinge una fetta di elettori americani, sempre, indipendentemente dalle candidature, a dare fiducia al presidente che si ripresenta per il secondo mandato e a optare per un cambio di colore ogniqualvolta si esaurisce un doppio mandato, nella convinzione che l’alternanza sia intrinsecamente un fatto positivo.
Il secondo è che, tutto sommato, Hillary nel voto popolare ha vinto: alla fine della conta pare arriverà ad oltre un milione di voti in più del rivale, pari ad un +1% (qualcuno proietta addirittura un quasi +2%). Ciò, non mettendo minimamente in dubbio la legittimità e la nettezza della vittoria di Trump, dovrebbe suggerirci qualche cautela in più nelle valutazioni: un centinaio di migliaia di voti distribuiti diversamente e oggi staremo parlando di quanto sono stati progressisti gli USA nell’eleggere una donna presidente (e qui ci sarebbe da parlare degli errori “tecnici” della campagna di Hillary che ha speso tempo e risorse in stati inutili abbandonando stati che ritenevano sicuri e che non si sono dimostrati tali: per cercare di stravincere hanno perso.). E col senno di poi è facile affermare che un candidato come Clinton, ma più “simpatico”, meno percepito come “vecchio arnese della politica” e “con sempre qualcosa da nascondere”, avrebbe facilmente mosso quello zero virgola qualcosa percento di elettori in più sufficienti a consegnargli la Casa Bianca.