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Comune1Come era prevedibile, la obbligatoria aggregazione dei piccoli comuni, prevista dalla manovra di ferragosto, ha suscitato ogni sorta di proteste, talvolta giustificate, talvolta basate su un malinteso localismo.

Si tratta, a mio parere, di un provvedimento che va in una giusta direzione, ma per ragioni sbagliate e nei modi sbagliati.

Ritengo, infatti, che l’aggregazione dei piccoli comuni sia una strada pressoché obbligata per far fronte ai crescenti impegni a cui sono chiamati i comuni nella pianificazione e controllo del territorio, nella erogazione di servizi sociali (per l’infanzia, gli anziani, i portatori di handicap, le situazioni di disagio e di miseria) nella mobilità, nel mantenimento di condizioni di vita civile.

Molti di questi impegni hanno per loro natura un ambito più ampio dei confini comunali, eredi di un mondo agricolo con mobilità limitata. Basti pensare alla pianificazione territoriale e alla mobilità, che si giocano inevitabilmente su territori omogenei più vasti, o alla scuola (materna e primaria) che ha, a livello comunale, bacini di utenza troppo limitati. In altri casi, si pensi ai servizi sociali, lavorando su un ambito più vasto si possono ottenere economie di scala, un migliore utilizzo delle risorse, sempre più scarse, e una maggiore equità di trattamento per i cittadini.

Certo esistono collaudate forme di collaborazione volontarie tra comuni, quali consorzi o, meglio, unioni di comuni. L’unione dei comuni è, infatti, certamente una forma più solida, che dovrebbe preludere ad una effettiva e stabile integrazione. La storia recente, anche del nostro territorio, dimostra però la difficoltà di intraprendere questa strada, in modo duraturo e irreversibile, su basi volontarie.

Tutto dipende, spesso, dall’esito di una elezione, senza che ci siano vere ragioni strategiche. Mi ha fatto una certa impressione leggere su “la Provincia” le dichiarazioni di un sindaco padre-padrone che si vanta di avere lasciato una unione di comuni senza neanche fare un referendum, perché sicuro, per essere stato eletto, di interpretare la volontà dei cittadini.

E’ chiaro che l’uscita di un comune da un consorzio o da una unione mette in crisi anche i comuni che rimangono. Su queste basi, se tutto può esere rimesso in discussione, non si può fare una pianificazione a lungo termine. Serve qualcosa di più.

Ci può quindi stare anche un provvedimento coattivo di eliminazione dei piccoli comuni, ma le motivazioni devono essere il miglioramento dei servizi, non la riduzione dei costi, che sarebbe comunque molto modesta, o, peggio, la propagandistica “riduzione delle poltrone”, che evoca privilegi, auto blu, portaborse, ecc.

Infatti i costi associati alle cariche amministrative ed elettive dei comuni in questione, emolumenti e gettoni di presenza, sono limitatissimi e i costi di funzionamento e per i servizi limitati e, in larga misura, non comprimibili. Con gli stessi costi si possono però razionalizzare e migliorare i servizi.

Soprattutto, le modalità di attuazione previste per l’accorpamento sono troppo rigide e burocratiche non danno spazio alle scelte della popolazione e possono generare dei mostri. Non sfugge a nessuno, ad esempio, che unire Laglio e Brienno a una “grande valle d’Intelvi” (di fatto l’unica possibilità ammessa dalla attuale norma) sia una bestialità, che isola una parte del lago dal suo naturale contesto.

Invece l’aggregazione con Carate Urio e Moltrasio, come auspicato dal nostro Circolo, porterebbe a un assetto razionale di un territorio sostanzialmente omogeneo.

C’è quindi da auspicare una revisione della norma che, anche senza modificare l’obiettivo di accorpare i piccolo comuni, ne modifichi le modalità di attuazione, lasciando le scelte alle popolazione, nel quadro di una più generale pianificazione del territorio.

Carlo Bonetti

Tag(s) : #Istituzioni