Ho riletto questo mio articolo che è stato pubblicato recentemente a Como sulla rivista OLTRE IL GIARDINO nel numero dedicato alla legge Basaglia.
Ho avuto il desiderio di farvelo conoscere.
Tutti gli articoli sono belli, da leggere. Li potreste trovare nel sito della rivista.
La rivista è parte di un lavoro che l’associazione OLTRE IL GIARDINO svolge con fatica all’interno dell’area del ex Ospedale Psichiatrico e che andrebbe conosciuto maggiormente.
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L’anno 1978 è stato un anno cruciale per la storia dell’Italia, per la psichiatria italiana, per migliaia di persone che erano custodite negli ospedali psichiatrici, e anche per la mia vita personale. E’ un anno di svolta .
L’esplosione dei movimenti liberatori del 1968, che ha coinvolto prima gli studenti nelle università e poi i lavoratori delle fabbriche, ha lasciato nel decennio successivo tracce profonde. Oggi è difficile credere o anche solo ricordare, quale stagione di trasformazione dell’Italia sia stata questa.
Ma io ricordo bene quegli anni, gli anni che hanno cambiato profondamente, me stesso e il nostro paese.
Io, nel 1968, dopo una manifestazione in Piazza Santo Stefano a Milano, mi proclamai, da un
giorno all'altro, comunista e rivoluzionai la mia scala di valori, le mie amicizie i miei interessi e le
mie abitudini.
In Italia, furono introdotte riforme che modificarono la società e il vivere quotidiano delle persone: la legge sul divorzio, la diffusione libera della pillola anticoncezionale, il nuovo diritto di famiglia, la liberalizzazione dell’aborto; e ancora: lo statuto dei lavoratori, i decreti delegati nella scuola, i miglioramenti salariali, la democrazia di fabbrica, la fine del paternalismo nei rapporti sociali.
Nella sfera politica si produssero cambiamenti profondi: un presidente della repubblica fu costretto alle dimissioni e ciò diede luogo alla successiva elezione di Pertini, uno dei massimi esponenti della Resistenza al nazifascismo; ma soprattutto si verificò la fine del principio di esclusione del Partito Comunista dal governo della nazione.
Furono gli anni del compromesso storico; la traduzione in politica della pari dignità e responsabilità di tutti i partiti antifascisti rispetto alla ambizione di governare, anche del Partito Comunista Italiano in cui si riconosceva la maggior parte dei lavoratori italiani. Di questa politica di avvicinamento delle due grandi forze politiche, la cattolica e la comunista erano artefici Aldo Moro, per il Partito della Democrazia Cristiana e Enrico Berlinguer per il Partito Comunista.
Purtroppo la fine del decennio fu anche la stagione dell’odio e della violenza. All’estrema destra
ma anche all’estrema sinistra si affermò una ideologia che predicava l’odio, la violenza, e perfino
l’omicidio. Furono i cosiddetti anni di piombo. Anni di stragi e di uccisioni a sangue freddo che
hanno radicalmente modificato il clima sociale e politico e anche il sentire comune.
E l’anno di svolta, in cui tutto finisce è proprio il 1978 con il rapimento e poi l’esecuzione di Aldo
Moro, rapimento tragicamente cruento con l’uccisione dei cinque uomini della scorta.
Finisce un’epoca della condivisione e inizia il lungo, buio, periodo delle leggi speciali e
dell’emergenza terrorismo e anche di un progressivo riflusso verso interessi prevalentemente
individuali.
Questo è il 1978. Ma questo è anche l’anno della liberalizzazione dell’aborto e della legge 180: la legge Basaglia.
La legge 180 è stata la legge rivoluzionaria che ha cambiato la psichiatria italiana, ovvero la
modalità di cura delle persone con disturbi mentali .
I principi fondamentali di questa legge sono: l’abolizione dei manicomi intesi come luoghi di cura; la volontarietà dei trattamenti sanitari; una procedura di garanzia per il malato, qualora in
determinate circostanze si debba procedere a un trattamento sanitario obbligatorio; la presa in
carico del malato come tale, in strutture territoriali.
Il malato di malattie psichiche diventa un malato come tutti gli altri, la psichiatria diventa una
branca della medicina come le altre se pur con sue peculiarità. Gli ospedali Psichiatrici, i manicomi, non possono più essere considerati luoghi di cura. Cura e privazione della libertà diventano incompatibili.
Oggi ci sembrano normali affermazioni ma per chi aveva vissuto la vita dell’istituzione e aveva
sentito la cupa atmosfera delle grida, delle porte chiuse a chiave, del loro sferragliare alle cinture degli infermieri, dei corridoi deserti, diventò realistico veder scomparire pratiche barbariche e precliniche ma che erano normalmente messe in atto nel chiuso e nel segreto della struttura: elettroshock, camicia di forza, contenzione, induzione di shock farmacologici erano solo alcune delle torture non soltanto tollerate, ma addirittura prescritte dal regolamento di questi istituti.
Il manicomio di Como è rimasto per molti anni ancora un luogo di dolore e di custodia. Nel 1987 erano ancora domiciliati e custoditi nell’ospedale psichiatrico 676 persone e di queste 200 in strutture chiuse e senza progetti di recupero o riabilitazione .
Como è stata una delle ultime città del nord ad attuare la riforma.
A un convegno dell’Associazione Dino Campana, nel 1988, che affrontava il tema dell’Ospedale
psichiatrico, Luciano Forni, presidente dell’ente sanitario comasco disse testualmente: ”Si deve avere il coraggio di dire che ancora oggi ci sono strutture, modalità di vita, che sono indegne della condizione umana”.
Chi vive e opera oggi, 2018, all’interno dell’area Del San Martino, conosce lo stato delle cose. Ma è la città di Como che non conosce questo luogo, ne ignora perfino l’esistenza e la storia.
Sono i 150 anni di isolamento che pesano sulle spalle di chi passeggia all’interno dei suoi lunghi viali sconnessi.
Chi si interessa del manicomio e della sua storia? chi vuole conoscere la sua realtà?
Non so rispondere a questa domanda ma sicuramente questo isolamento, questa sensazione di non senso, di abbandono, è il convitato di pietra che accompagna ancora oggi chi entra per qualsiasi ragione in questa grande area verde che lambisce il centro storico di Como.
Forse è una utopia pensare che in questo spazio possa entrare la città, che si possa abbattere quel muro che isola, che nasconde.
Chi ha a cuore la città? Chi la usa? Chi cammina, gioca, usa, respira, guarda la città e nella città?
Purtroppo chi determina i movimenti economici non ne ha assolutamente bisogno perché ormai la città l’ha costruita in casa a sua immagine e consumo ed è completamente autosufficiente. Ha la televisione, internet, il telefonino, il posto macchina.
Solo chi non è autosufficiente per il proprio abitare e per il proprio tempo libero, ha bisogno degli spazi pubblici. Chi è solo e vorrebbe compagnia, chi vorrebbe giocare in spazi ampi, chi vorrebbe sedere all’ombra di qualche albero a leggere indisturbato, chi desidererebbe correre lontano dai gas di scarico o anche solo starsene in pace.
Si può constatare nella realtà questo paradosso, andando ai giardini pubblici di Como: giostre e trenino mangiasoldi, giochini sgangherati, polvere, degrado, qualche nonno con nipote, e soprattutto cittadini stranieri, prevalentemente non europei.
L’ex Ospedale psichiatrico, le fabbriche dismesse, i cinematografi chiusi, i giardini pubblici miseri e spelacchiati mi sembrano aspettare di essere ingoiati da qualche supermercato o dalla nuova edilizia privata soprattutto commerciale.
Spero che il “ San Martino” possa fare un'altra fine in onore della sua storia e per merito di chi ancora opera all’interno di esso e si è insediato, magari assediato, cercando di essere un esempio virtuoso.
Anche la mia vita è cambiata nel 1978. Dopo quasi due anni di disoccupazione ho iniziato a
lavorare a Moltrasio, come medico condotto.
Nell’agosto del 1976, avevo dato le dimissioni dal ruolo di assistente chirurgo all’Ospedale S.Anna.
Dopo una breve vacanza, non ero riuscito a ricominciare la mia vita di reparto e di sala operatoria.
Non potevo, non me la sentivo; allora d’impulso senza pensare alle conseguenze, ho abbandonato quel lavoro.
Astrattamente mi piaceva, sentivo tutto il fascino della chirurgia, la specialità più eroica della
medicina, almeno allora. Ma in pratica non sopportavo di andare a lavorare tutte le mattine
mentendo a me stesso. Dentro di me sentivo che non era per me, almeno nelle forme in cui ero
obbligato a operare.
Credevo che un medico non avrebbe potuto essere disoccupato. Ma invece è stato proprio così. Per quasi due anni non ho lavorato. Ho curato mia figlia, le ho fatto compagnia, giravo per Como, ho continuato a leggere e studiare. Ho finito la specializzazione in Chirurgia generale e ho iniziato quella di psichiatria per cercare di aprirmi nuove possibilità. Ma niente lavoro; praticamente mi ha mantenuto mia moglie.
Poi il caso e la fortuna: ho avuto l’incarico di medico condotto a Moltrasio ed è cominciata una
nuova vita.
Ho potuto organizzare per conto mio il lavoro, determinare la mia vita. Ho potuto vivere e lavorare in libertà, in un ambiente che amavo, fra persone con cui mi sentivo in sintonia. Sono stato un privilegiato, senza alcun merito particolare.
Ricordo, in particolare, il mio primo o secondo giorno di lavoro. Aveva nevicato, per terra c’erano almeno trenta centimetri di neve e le automobili non potevano circolare. Sono andato a piedi con la mia valigetta a visitare una bambina che aveva una appendicite acuta e che aveva bisogno di un ricovero urgente. Era tutto bianco e silenzioso. Mi sentivo utile, quasi un eroe ma soprattutto felice.
Una sensazione meravigliosa mai provata prima. E pensare che avevo un certo timore i giorni
precedenti quell'inizio. Un amico di mio padre che avevo consultato per avere qualche consiglio, mi aveva parlato del lavoro di medico di paese come di un lavoro noioso, ripetitivo. Il problema principale, mi aveva detto, è quello di salvaguardare il fegato, dai troppi bianchini bevuti in cooperativa il pomeriggio per cercare di tirare sera.
E’ stato l’esatto contrario. Era una sensazione ogni giorno nuova. Entravo nelle case, ben accolto; la gente si apriva e aveva fiducia. Io potevo conoscere le persone e non solo le malattie. Conoscevo il loro ambiente ed entravo in sintonia. Era più importante il rapporto che si instaurava, che la diagnosi e la terapia; anche se queste dovevano essere assolutamente chiarite.
E avevo anche parecchio tempo libero per me, per leggere, per chiacchierare, per passeggiare.
Ero un uomo libero e potevo organizzare la mia vita e il mio lavoro.
Anche questa è stata una rivoluzione o meglio una liberazione.
Mi sembrava di vivere la professione in modo democratico senza esercitare il potere che deriva dal ruolo di medico.
Questo stato d’animo: di vivere in libertà, di essere utile e di sperimentare ogni giorno le mie
capacità è durato praticamente 32 anni. Fino al giorno in cui ho smesso di lavorare all’età di 65 anni esatti.
Non so bene cosa c’entri la mia vita con i principi della legge Basaglia, il 1978 e lo sgomento per l’uccisione di Moro e degli uomini della sua scorta. Ma forse c’entra.
Forse è la considerazione della vita umana come valore fondamentale e imprescindibile insieme
all’amore per la libertà e il rispetto delle persone.
Franco Gerosa